Il marxismo fra positivismo e soggettivismo. Il diamat.
Dopo la morte di Marx, F. Engels (1820-1895) divenne il
continuatore e l'interprete pi autorevole del suo pensiero. In
questa veste egli si vide nella necessit di dare al pensiero di
Marx una sempre maggiore sistematicit e precisione teorica,
favorendo cos la formazione di quel corpo di dottrine noto con il
termine di marxismo. Questo processo di pensiero era in parte
legato alla natura stessa della ragione, che esige ordine,
chiarezza, sistematicit, ma rispondeva anche ad esigenze
particolari e contingenti del movimento socialista.
Intanto il materialismo meccanicistico si stava imponendo sempre
di pi nell'ambito della cultura europea e si era ulteriormente
rafforzato con il positivismo e con il diffondersi della teoria
evoluzionista, la quale da una parte sembrava confermare il
materialismo (ci che sta in alto nella scala evolutiva deriva da
ci che sta in basso, non c' differenza qualitativa fra l'uomo e
l'animale), ma dall'altra forniva un'interpretazione della natura
e della storia diversa da quella marxista. In particolare l'idea
allora dominante fra gli evoluzionisti che natura non facit saltus
rendeva l'evoluzionismo inconciliabile con la teoria marxista
delle classi, della lotta di classe e della rivoluzione, cio con
la sua componente dialettica.
Resosi inevitabile un chiarimento per salvaguardare la specificit
del marxismo, Engels se ne fece carico in prima persona.
L'occasione si present quando Eugen Dhring (1833-1921), un
filosofo positivista ed evoluzionista, interpret il socialismo
come sbocco di un'evoluzione naturale. Engels reag con una serie
di brevi scritti contro di lui, poi riuniti insieme e noti come
Antidhring (1878) nei quali sottolineava la specificit del
marxismo, non riducibile alla scienza tradizionale per quella sua
componente particolare che era la dialettica, la quale sola era in
grado di mettere in evidenza il momento della contraddizione e
della lotta di classe, indispensabili per una corretta lettura
della storia (letture 57 e 58).
Engels sent anche l'esigenza di allargare il campo d'azione della
dialettica dalla storia umana alla natura, che fino ad allora era
stato dominio incontrastato della scienza moderna e, allo scopo di
ribadire la superiorit del marxismo come scienza, elabor le tre
leggi fondamentali della dialettica 1) legge del rovesciamento
della qualit in quantit e viceversa, 2) legge della
compenetrazione degli opposti, 3) legge della negazione della
negazione. Le sue riflessioni, sparse in numerosi appunti a cui
Engels non diede mai una sistemazione definitiva, furono poi
pubblicate per la prima volta in URSS nel 1925 con il titolo
Dialettica della natura (letture 54 e 56).
Il recupero della dialettica come elemento caratterizzante la
scientificit del marxismo riportava in primo piano il rapporto
con la filosofia di Hegel, anche se Engels ribad che la
dialettica marxista si distingueva da quella hegeliana per essere
legge reale dell'evoluzione della natura. A questo punto
diventava necessaria la distinzione fra metodo (hegeliano) e
contenuto (marxista), che permetteva da una parte di ribadire la
superiorit del marxismo sull'hegelismo e dall'altra dello stesso
marxismo sul positivismo e sull'evoluzionismo. L'allargamento
della dialettica dal campo dell'umano a quello della natura poneva
le basi per l'elaborazione di un nuovo sistema filosofico in grado
di essere onnicomprensivo come quello hegeliano. Esso sar
chiamato materialismo dialettico (diamat) (letture 60 e 61).
Rimaneva aperto il problema su che tipo di compatibilit potesse
esserci fra la dialettica, derivata dall'idealismo, e il
materialismo meccanicistico proprio della scienza moderna. Allora
la maggior parte degli scienziati si dichiarava materialista e
positivista ed era convinta che la scienza avesse dimostrato, ad
esempio con la legge di gravitazione universale, di essere in
grado di cogliere le verit ultime sulla natura (essenzialismo).
Essa era quindi l'unico vero sapere oggettivo, inconfutabile,
epistemico, mentre la dialettica era da loro considerata un
elemento spurio, antiscientifico. Lo scontro fra marxismo e
scienza moderna era dunque inevitabile. Le conseguenze si resero
manifeste soprattutto quando il materialismo dialettico divent la
filosofia ufficiale dell'Unione Sovietica e volle imporsi come un
sapere superiore a quello scientifico. Il caso pi famoso  quello
del biologo Lysenko, che pretese di estendere il materialismo
dialettico alla biologia (Quaderno terzo/5 lettura 73). Ci ebbe
conseguenze tragiche. Molti biologi che non si assoggettarono alla
nuova direttiva e rimasero fedeli alla scienza tradizionale furono
eliminati e si ebbero danni enormi nell'agricoltura.

Il passaggio dalla concezione materialistica della storia (o
materialismo storico) al materialismo dialettico, che estendeva la
dialettica al campo della natura,  stato lungo e laborioso. Dopo
Engels, che ne aveva posto le basi, il suo discepolo G. V.
Plechanov (1857-1918) port avanti una concezione monistica del
marxismo come dottrina onnicomprensiva, fondata appunto sul
materialismo dialettico. Egli svilupp questo suo pensiero nel
vivo del dibattito contro quelle forze idealiste, o comunque
impregnate di soggettivismo, che per lui erano il populismo, il
revisionismo, il machismo (la filosofia di E. Mach) ed anche il
volontarismo leninista, le quali minavano alla base l'oggettivit,
la scientificit del pensiero marxista. Il filosofo russo, che
aveva studiato a fondo il rapporto fra marxismo e materialismo
settecentesco, era giunto a questa conclusione: D'Holbach e
Helvtius erano materialisti- metafisici. Essi lottavano contro un
idealismo metafisico. Il loro materialismo ha lasciato il posto
all' idealismo dialettico, il quale a sua volta  stato vinto dal
materialismo dialettico  (citato da V. Strada, URSS-Russia,
Rizzoli, Milano, 1985, pagina 247).
Egli riteneva quindi positiva una rivalutazione di Hegel, sia come
sostenitore della razionalit del reale, sia come elaboratore di
un sistema monista, sia come teorico della realt come movimento
dialettico. La dialettica, secondo Plechanov, era in grado di
mettere in evidenza le leggi indipendenti dall'arbitrio umano
che si devono ricavare analizzando i rapporti economici, quindi
essa aveva valore scientifico. Egli comunque la intendeva come
necessitante e vincolante solo in generale; nel particolare invece
la dialettica rimaneva condizionata dalle precise e concrete
condizioni storiche di ciascun paese (letture 73 e 74).
La dialettica come scienza venne poi utilizzata da Plechanov nella
polemica con i populisti, i quali erano convinti della possibilit
di una via russa al socialismo che evitasse alla Russia gli orrori
dell'industrializzazione e del capitalismo. Essi trovavano nella
comunit contadina (mir, obscina), che gestiva le terre in comune
(cio senza propriet privata) dopo le riforme dello zar
Alessandro secondo, quel nucleo di socialismo autoctono su cui
fondare una specifica via russa al socialismo. Plechanov era
invece convinto che questa tradizione contadina fosse il prodotto
di un sistema di schiavit voluto dallo Stato russo, legato quindi
all'instaurazione della servit della gleba, avvenuta in Russia
all'inizio del Seicento, e concludeva che la comunit agricola era
espressione non di socialismo, bens di una societ statica,
asiatica, dispotica. Alla mancanza di scientificit del programma
populista egli, occidentalista convinto, contrapponeva il marxismo
come vertice della cultura europea. Era ad Occidente che la Russia
doveva guardare per salvarsi dal suo asiatismo!.
Negli ultimi anni del secolo anche la Russia aveva iniziato il suo
processo d'industrializzazione che, al contrario dei populisti,
Plechanov giudicava positivamente perch il proletariato avrebbe
portato definitivamente la Russia in Europa. A questo punto si
apriva un delicato dibattito all'interno dello stesso schieramento
marxista, che confluiva nel partito socialdemocratico con le sue
due correnti principali, quella bolscevica, guidata da Lenin, e
quella menscevica di Martov, a cui lo stesso Plechanov faceva
riferimento. Da una parte la dottrina marxista era decisamente
favorevole all'abolizione della propriet privata in caso di una
rivoluzione vittoriosa del proletariato, dall'altra Plechanov
sosteneva che la nazionalizzazione delle terre sarebbe stata
particolarmente pericolosa per la Russia per il rischio di un
ritorno alla servit e al dispotismo (egli parlava del pericolo di
un comunismo patriarcale ed autoritario). Di queste sue
preoccupazioni egli cominci a rendere partecipe il partito fin
dai primi anni del Novecento.
In particolare Plechanov era preoccupato per le tesi di Lenin, le
cui simpatie per il populismo e la fretta di arrivare alla
rivoluzione valutava come pericolose per la Russia. K. Wittfgel,
autore di un'opera fondamentale sull'argomento, Dispotismo
orientale. Uno studio comparativo sul potere totale (1957),
ricorda che nel Congresso di Stoccolma del 1906 Plechanov aveva
messo in guardia Lenin dal pericolo insito nelle sue tesi: la
nazionalizzazione delle terre, che Lenin proponeva, avrebbe potuto
favorire la restaurazione di un sistema di potere dispotico,
asiatico, con il conseguente ritorno al servilismo, sia pure sotto
diverse forme. In quell'occasione Lenin parve prendere in seria
considerazione le preoccupazioni di Plechanov, che godeva di
grande prestigio fra i marxisti russi. Ma nel 1917 egli se ne
dimentic per fame di potere (Il dispotismo orientale,
Vallecchi, Firenze, 1968, pagina 628).
La rivoluzione comunista in Russia risult poi lontanissima da ci
che Plechanov aveva auspicato per il suo paese e costitu per il
filosofo una grande delusione.
